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Contestata la teoria dei geni, sguardo più rigoroso sul biotech

Il business mondiale delle biotecnologie, stimato a 73,5 miliardi di dollari, potrebbe presto doversela vedere con una scoperta che mette in discussione i principi su cui è stato edificato.

Il mese scorso, infatti, un consorzio di scienziati ha pubblicato i risultati di uno studio che contesta la visione tradizionale del funzionamento dei geni. L’impegnativa impresa, durata 4 anni, è stata coordinata dallo statunitense National Human Genome Research Institute e realizzata da 35 gruppi di esperti appartenenti a 80 diverse organizzazioni mondiali. Con loro sorpresa, i ricercatori hanno scoperto che il genoma umano potrebbe non essere dopo tutto un ‘insieme ordinato di geni indipendenti’ in cui ogni sequenza di DNA è legata a una singola funzione, come la predisposizione al diabete o alle malattie cardiache. I geni sembrano, al contrario, operare all’interno di una rete complessa, e interagire e sovrapporsi gli uni agli altri e ad altre componenti in modo non ancora pienamente compreso. Secondo l’istituto, questa scoperta costituirà una sfida in grado di indurre gli scienziati a  ‘rivedere alcune concezioni consolidate sulla natura e l’azione dei geni’.

I biologi hanno da molti anni osservato gli ‘effetti di rete’ in altri organismi, ma nel mondo della scienza le scoperte spesso non diventano parte del pensiero dominante fino a quando non sono legate all’essere umano.

Stabilito il legame, però, il rapporto potrebbe generare ripercussioni che andranno ben oltre il laboratorio. L’assunto che i geni operino in maniera indipendente è stata istituzionalizzata a partire dal 1976 con la fondazione della prima società di biotecnologie. Esso è in effetti il fondamento economico e legislativo su cui si regge l’intera industria del biotech. 

L’innovazione genera rischi quasi per definizione. Quando qualcosa è veramente nuova, è possibile prevederne il funzionamento solo in parte. Coloro che sostengono una scoperta spesso vedono e credono solo ai vantaggi che da questa possono derivare, ma quando le innovazioni riguardano cibo e farmaci, le convinzioni possono essere pericolose. Accade spesso, infatti, che vengano alla luce nuove informazioni capaci di invalidare i principi sulla cui base sono stati sviluppati i prodotti, e conseguentemente le affermazioni relative ai vantaggi e, talvolta, alla sicurezza di questi ultimi.

Gli antibiotici, ad esempio, erano un tempo considerati farmaci miracolosi in quanto hanno determinato una prima drastica riduzione dei decessi causati da comuni infezioni batteriche. I medici, tuttavia, ignoravano ancora che il materiale genetico responsabile della resistenza agli antibiotici si trasferisce facilmente da una specie batterica all’altra. La prescrizione eccessiva di antibiotici ad ogni minimo malessere ha determinato la nascita di batteri super resistenti che è ora praticamente impossibile debellare.

Il principio che ha dato vita all’industria del biotech prometteva vantaggi altrettanto irrinunciabili. Noto come dogma centrale della biologia molecolare, tale principio afferma che ciascun gene presente negli organismi viventi, dagli esseri umani ai batteri, porti le informazioni necessarie a costruire un tipo di proteina.

Le proteine sono gli ingranaggi e il motore che mettono in moto le funzioni delle cellule e, alla fine, degli organismi. Negli anni ’60 gli scienziati scoprirono che il gene che produce un tipo di proteina in un organismo ne produce una altamente simile in un altro. La somiglianza tra l’insulina prodotta dagli uomini e dai maiali è ciò che ha reso un tempo l’insulina dei maiali un trattamento salvavita per i diabetici.

Gli scienziati che hanno inventato il DNA ricombinante nel 1973 hanno costruito la loro innovazione sul principio meccanicistico che recita ‘un gene, una proteina’.

Poiché i geni dei donatori potevano essere associati a funzioni specifiche, con proprietà distinte e confini netti, gli scienziati ritennero che i geni di qualsiasi  organismo andassero a comporre  in modo ordinato e prevedibile un disegno più vasto, disegno a partire dal quale potevano essere costruiti i prodotti, e le aziende, e che poteva essere protetto con le leggi sulla proprietà intellettuale.

Questa concezione, oggi contestata, è ciò che un biologo molecolare ha definito concezione del ‘gene industriale’. Secondo Jack Heinemann, professore di biologia molecolare alla Scuola di Scienze Biologiche dell’Università di Canterbury, Nuova Zelanda, e direttore del suo Centro per la ricerca integrata sulla biosicurezza: ‘Il ‘gene industriale’ è quello che può essere definito, posseduto, tracciato, provato accettabilmente sicuro, di effetto uniforme, venduto e ritirato dal mercato’.

L’Ufficio Marchi e Brevetti degli Stati Uniti consente la brevettazione dei geni sulla base di questa funzione e di questo effetto uniforme. Esso definisce infatti il gene: una sequenza ordinata di DNA che ‘codifica uno specifico prodotto funzionale’.

Nel 2005 uno studio ha dimostrato che nei soli Stati Uniti erano già stati brevettati oltre 4000 geni umani: una cifra che rappresenta solo una piccola parte del numero totale di geni di piante, animali e microbi che sono stati brevettati.

Alla luce delle scoperte del consorzio di scienziati, tuttavia, questa definizione pone ora alcuni quesiti fondamentali sulla difendibilità dei brevetti.

Se i geni non sono che una componente del funzionamento del genoma, ad esempio, è facile immaginare che più soggetti possano rivendicare diritti di brevetto su uno stesso prodotto, in quanto proprietari di diverse componenti di pari importanza, o che, allo stesso modo, i detentori dei brevetti si trovino a dover rispondere di danni collaterali non intenzionali causati dagli effetti di rete dei geni di loro proprietà.

Non meno importante, infine, è la considerazione che la persistenza di aspetti ancora sconosciuti delle funzioni dei geni potrà affievolire l’interesse degli investitori per il mercato del biotech poiché essi desiderano poter reclamare diritti di proprietà intellettuale netti e indiscutibili.

Benché nessuno abbia finora contestato la legittimità giuridica dei brevetti sui geni, l’industria del biotech ha da molto tempo riconosciuto che essi richiedono dei presupposti scientifici.

‘Il genoma è complesso ad un punto tale che tutto ciò che possiamo affermare con certezza è quanto ci resta ancora da imparare’, ha scritto Barbara A. Caulfield, vice presidente esecutivo e consulente generale della pioniera società di biotech Affymetrix, nell’articolo pubblicato nel 2002 su Law.com, intitolato ‘Why we hate gene patents’ (‘Perché odiamo i brevetti sui geni’).

‘Stiamo scoprendo che molte malattie non sono determinate dall’azione di un singolo gene, ma dall’interazione di geni diversi’ , ha dichiarato. Barbara Caulfield ha inoltre notato che poco prima che scrivesse il suo articolo gli scienziati avevavo annunciato la decodifica delle strutture genetiche di una delle più virulenti forme di malaria, causata con ogni probabilità dall’interazione tra ben 500 geni’.

Ancora più importanti delle leggi sui brevetti sono i problemi di sicurezza sollevati dalle scoperte del consorzio. La prova che il genoma sia costituito da un complesso di elementi interdipendenti manda in frantumi la base scientifica di tutte le valutazioni di rischio ufficiali eseguite sugli odierni prodotti biotech commerciali, dalle colture modificate agli Ogm farmaceutici.

‘La vera preoccupazione per noi è sempre stata che l’agenda commerciale del biotech fosse in netto anticipo su quella che da tempo sappiamo essere solo una parziale conoscenza della genetica’, ha dichiarato il professor Heinemann, molto impegnato sul tema della biosicurezza come docente e saggista.

‘Poiché i brevetti sui geni e  l’ingegneria genetica stessa sono definiti in termini di geni che operano in modo indipendente, gli enti regolatori potrebbero non essere consapevoli del potenziale impatto causato dagli effetti di rete’.

Ad oggi, però, ogni tentativo di contestare le affermazioni riguardanti la sicurezza dei prodotti transgenici è stato categoricamente respinto o deriso come ascientifico. Una tavola rotonda del 2004 sulla sicurezza degli alimenti biotech, sponsorizzata dalla Pew Initiative on Food and Biotechnology, offre un esempio tipico di questo atteggiamento:

‘Teoria ed esperienza confermano la straordinaria prevedibilità e sicurezza della tecnologia dello splicing del gene e dei prodotti che da essa derivano’, ha dichiarato il dottor Henry I. Miller, membro della Hoover Institution e rappresentante della posizione pro biotech al tavolo. Il dottor Miller è stato direttore e fondatore dell’Office of Biotechnology della Food and Drug Administration ed ha guidato l’approvazione del primo alimento biotech nel 1992.

Ora che le scoperte del consorzio di scienziati hanno messo in crisi la validità di questa teoria, l’industria del biotech potrebbe essere chiamata a riesaminare gli effetti meno immediatamente visibili dei propri prodotti e a condividere con enti regolatori e altri scienziati le informazioni in proprio possesso.

Ne’ sarebbe la prima volta che una simile richiesta viene formulata. Un editoriale del 2004, apparso su ‘Nature Genetics’, sollecitava i ricercatori del mondo accademico e delle industrie a rendere noti ai revisori i dati soggetti a diritti di proprietà acconsentendo alle verifiche degne di una scienza credibile.

Secondo il professor Heinemann, molte aziende di biotecnologie già conducono sui loro prodotti studi dettagliati di genetica che mostrano l’espressione delle proteine e di altri elementi, ma non obbligati a comunicare la maggior parte di questi dati alle autorità, si astengono dal farlo. In questo modo ampi settori di informazioni ottenute dalla ricerca restano inutilizzate.

‘Una questione al momento molto dibattuta tra coloro che si occupano di biosicurezza in Nuova Zelanda è se, ai fini dell’indentificazione del rischio, le aziende debbano essere obbligate a rendere noti i loro dati sull’espressione genica’, spiega il dottor Heinemann. In assenza di tale obbligo, le società e i governanti continueranno a non prendere in considerazione gli effetti di rete (ingannare se stessi per quanto riguarda gli effetti di rete?)’.

L’editoriale del Nature Genetics, ‘Good Citizenship, or Good Business?’ (‘Senso civico o senso degli affari?’) presentava l’alternativa come una scelta per l’industria. Vista la portata della nuova scoperta, la distinzione implicita non esiste più.

Denise Caruso è direttore esecutivo dell’Hybrid Vigor Institute specializzato in problem solving cooperativo

 

 

 

 
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